La trasparenza è un valore da prendere in considerazione e tutelare con la massima cura, perché è un gesto di civiltà che risponde ai canoni della convivenza civile e democratica e che favorisce le buone relazioni tra i cittadini e le pubbliche amministrazioni. E consiste nell’assicurare la piena e facile accessibilità a dati e informazioni che evidenziano le modalità di gestione, le scelte amministrative, l’utilizzo delle risorse pubbliche, ecc.
A dire il vero non dovrebbe essere un’operazione complessa, poiché si tratta semplicemente di pubblicare sui siti istituzionali degli enti una serie di informazioni, affinché qualsiasi cittadino possa averne cognizione. Ma il nostro è un Paese tormentato che ama la complessità, fino a confonderla con la “semplificazione”. E la complessità diventa ancora più insidiosa se si nasconde dietro prescrizioni burocratiche che spostano l’attenzione e il fine dalla stessa trasparenza. E di conseguenza, ciò che viene richiesto, con tanto di sanzione in caso di inadempienza, non è la pubblicazione del dato o l’accessibilità, come prescrive la legge, ma l’utilizzo di specifici modelli (peraltro cervellotici) che rendono complessa ogni azione e persino la consultazione del sito.
Proprio per evitare queste criticità, il legislatore, con il decreto legge 19/2026, in applicazione del principio “only once”, per il quale non è lecito richiedere la pubblicazione di dati che sono già stati trasmessi alle banche dati nazionali, ha ribadito, per buona parte degli obblighi di pubblicazione, che questi si intendono assolti “con il collegamento ipertestuale alle banche dati”.
Una soluzione logica che ha determinato un sollievo a molte pubbliche amministrazioni, costrette, dopo avere trasmesso i dati alle banche dati, a doverli reperire, tra i vari uffici, e provvedere a una ulteriore pubblicazione, peraltro utilizzando specifici modelli predisposti dagli “esperti” (?) di ANAC. Ma è stata proprio l’Autorità, affezionata ai propri modelli e apertamente contraria a ogni forma di semplificazione, che con un “atto di segnalazione” del 7 luglio 2026, senza alcun pudore, contesta la norma che considera foriera di “criticità”, chiede “la valorizzazione del ruolo della Piattaforma unica della trasparenza” il cui acronimo (me ne scuso) desta qualche ilarità (PUT ANAC), ritenendo che, poiché è stata allestita, sia il legislatore, sia le pubbliche amministrazioni dovrebbero fare marcia indietro, abrogare la norma e rinunciare a sistemi di semplificazione. Altrimenti che cosa ne facciamo di quella piattaforma? E come si giustificano i costi per allestirla?
E la questione è tornata a galla proprio in questi giorni, a causa di una misteriosa missiva che le pubbliche amministrazioni hanno ricevuto, probabilmente prodotta da un automatismo, assolutamente anonima e senza alcuna intestazione. La missiva, che più di qualcuno, giustamente ha scambiato per un messaggio generato da un virus, fa riferimento alla verifica degli obblighi relativi al 2024, quindi definiti con le attestazioni del 2025 e comunicate “automaticamente” dopo così tanto tempo, con l’invito all’organo di indirizzo politico, di compilare un questionario.
Al riguardo è opportuno rilevare che non si comprende la ragione per cui si tira in ballo l’organo di indirizzo politico, sempre che si riesca a comprendere chi sia, nelle diverse amministrazioni. Ma fa sorridere il fatto che il link trasmesso, con email ordinaria, è liberamente accessibile, quindi potrebbe rispondere chiunque. E il questionario citato non prevede alcuna sottoscrizione. Quindi il paradosso di chiedere l’intervento dell’organo di vertice politico, ma consentire che la compilazione sia anonima.
E’ giusto evidenziare però che la nota rivela uno stile sprezzante e poco rispettoso delle pubbliche amministrazioni. Viene da chiedersi se l’ANAC accettasse un’email senza intestazione e alcuna sottoscrizione. Ma soprattutto utilizza un linguaggio minaccioso con riferimenti a sanzioni e responsabilità, come se fosse rivolta a una congrega di corrotti e fuorilegge.
Certamente non è questo il modo migliore per governare la trasparenza amministrativa, sia per gli effetti che genera in termini di inefficienza e di appesantimento delle attività amministrative, sia per l’immagine che ingiustificatamente rende delle pubbliche amministrazioni.
Risulta infatti che molte “inadempienze” derivano dalla difficoltà di comprendere l’obbligo descritto dall’ANAC o il modello predisposto o dalla semplice cautela di qualche OIV che ama ripetere: “per prudenza evitiamo di mettere 100”. E così quegli enti, pur se in regola, si trovano tra gli inadempienti.
Ma, i tutto ciò, vale la pena di notare che l’Autorità anticorruzione non rispetta gli stessi obblighi il cui adempimento richiede agli altri. Basta accedere al sito di ANAC, utilizzare la voce “trasparenza amministrativa”, che è presente, per accorgersi che non vi è alcun dato, ma una scritta che reca: “Documentazione pubblicata secondo quanto disposto dagli artt. 10, 12 e 34 del d.lgs. n. 33/2013 ‘Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusioni di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”.
Quella scritta, aggiornata alla data del 10/10/2024, non riporta alcun link dive i dati possano essere reperiti (come invece richiesto dalla stessa ANAC) e richiama articoli che non prevedono alcuna deroga. Peraltro, per ciò che può servire, l’articolo 34 è stato abrogato dieci anni fa.
Che dire? La trasparenza è una “cosa seria” e meriterebbe maggiore attenzione e rispetto, evitando che sia trasformata in un onere inutile o in un adempimento burocratico. Anche perché, tutto ciò comporta oneri esorbitanti.
Nell’immagine che riporto si rileva l’esito provvisorio di una rilevazione che ha avviato l’associazione “articolo 97”, che presiedo. Vi invito a partecipare all’indagine affinchè il sistema di prevenzione sia raccontato anche dalle pubbliche amministrazioni. E magari potremmo sperare che le questioni evidenziate trovino soluzione e che l’ANAC si renda conto di dove essere più attenta e collaborativa, visto che i “metodi” adottati fino a oggi non hanno certamente portato al contenimento del fenomeno corruttivo. Anzi!
SF