(di Antonio Forte)

Integra il delitto di concussione la condotta del primario medico che, enfatizzando e strumentalizzando i tempi di attesa oggettivi di una struttura ospedaliera pubblica, palesi ai pazienti fragili l’impossibilità di un tempestivo intervento per indurli a operarsi a pagamento presso una clinica privata a lui riconducibile. Tale condotta configura una minaccia larvata alla salute idonea a coartare la libertà di autodeterminazione del malato, senza che l’extraneus consegua un vantaggio indebito.

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza 20345/2026, affronta una complessa vicenda penale incentrata sulla linea di confine tra il delitto di concussione e quello di induzione indebita a dare o promettere utilità nell’alveo delle prestazioni sanitarie pubbliche. Il caso di specie riguarda un dirigente medico apicale accusato di aver applicato un vero e proprio protocollo decettivo ai danni di pazienti bisognosi di urgenti cure ortopediche. L’imputato, sfruttando le carenze strutturali dell’ospedale pubblico e la vulnerabilità dei malati, prospettava tempi di attesa biblici e insussistenti criticità logistiche per spingere i soggetti a ricoverarsi e operarsi privatamente, dietro corrispettivo economico, nella clinica in cui vantava cointeressenze finanziarie. I giudici di legittimità evidenziano che l’abuso della qualità e dei poteri non richiede necessariamente una minaccia esplicita o l’uso della violenza fisica. Nello specifico, l’abuso si concretizza nell’uso distorto delle proprie attribuzioni e della posizione di preminenza per generare una situazione di oggettiva soggezione psicologica. La Cassazione rigetta la tesi difensiva volta a riqualificare la condotta come induzione indebita ai sensi dell’articolo 319-quater del codice penale. L’induzione presuppone infatti che il privato mantenga ampi margini decisionali e presti acquiescenza alla richiesta spinto dalla prospettiva di un proprio tornaconto personale, diventando così a sua volta punibile. Al contrario, nel contesto in esame, i pazienti si trovavano in una condizione di minorazione psicologica dovuta allo stato di sofferenza e all’età avanzata. La mistificazione della realtà dei fatti e il deprezzamento della struttura pubblica attuati dal medico hanno azzerato la libertà di scelta dei malati, i quali si sono determinati al pagamento non per aggirare lecitamente le liste d’attesa o lucrare un trattamento di favore, ma unicamente per preservare il bene fondamentale della salute dinanzi alla prospettazione di un imminente pericolo.

Antonio Forte – Segretario comunale