Nel 2019 ho avuto il privilegio di essere stato invitato dall’UNAEP (associazione degli avvocati degli enti pubblici) a Milano, nella splendida cornice del Palazzo reale, per partecipare a un convegno sul tema della prevenzione della corruzione. In quella circostanza, inevitabilmente, il centro dell’attenzione fu riservato all’ultimo rapporto di Transparency International che presentava un dichiarato “miglioramento” della condizione italiana.
Il miglioramento era determinato dall’esito di una classifica che vedeva il nostro Paese come “migliorato” per avere scalato ben 21 posizioni, nella classifica dei Paesi censiti dal 2012, data di approvazione della legge anticorruzione. Oggetto della graduatoria era la “percezione della corruzione” e non mancarono, in quella circostanza, toni trionfalistici dell’allora presidente dell’ANAC, che da quell’analisi ricavava un riconoscimento per le politiche di prevenzione adottate nel Paese.
Purtroppo toccò a me, come spesso mi capita, riportare la questione alla realtà e raggelare gli entusiasmi perché illustrai un rapporto della Guardia di Finanza che, con riferimento allo stesso periodo esaminato da Trasparency International presentava, invece, un forte incremento della corruzione nel nostro Paese. Conseguentemente mi trovai a concludere che se un fenomeno si incrementa, ma non viene percepito, vuol dire che ha ingenerato “assuefazione”. E non c’era nulla di cui essere contenti.
La questione non piacque a molti. E per quanto mi riguarda fu la prima volta in cui mi sentii confortato dai numeri per dimostrare il palese scollamento tra la “realtà” e la “percezione”. Ma immediatamente sorpreso nell’accorgermi che, tutti gli analisti intervenuti sembravano più attenti alla seconda che alla prima.
Dunque, la corruzione esiste nella misura in cui è l’esito di un calcolo statistico e diminuisce con la diminuzione di quei valori determinati da specifici indicatori. E a quegli indicatori viene attribuito un valore scientifico (che supera il valore della realtà stessa) perchè elaborati secondo il CPI: Corruption perception index. Di che cosa si tratta?
Il CPI (Corruption Perceptions Index), elaborato annualmente da Transparency International, classifica i Paesi in base al livello di corruzione percepita nel settore pubblico, attraverso l’impiego di 13 strumenti di analisi e di sondaggi rivolti ad un pubblico di “esperti”. Il punteggio finale è determinato in base ad una scala che va da 0, per i Paesi ritenuti molto corrotti, a 100, per i Paesi ritenuti meno corrotti. La metodologia cambia ogni anno per riuscire a dare uno spaccato sempre più attendibile delle realtà locali (fonte: Trasparency International”).
Dunque, le nostre politiche sulla prevenzione della corruzione sono determinate dalle opinioni di “esperti” che, in maniera spannometrica, secondo il famoso e radicato modello di X-factor, esprimono le proprie percezioni che, una volta affidate alla “comunità internazionale”, composta da altri “esperti”, contribuiscono a produrre una classifica mondiale. Ed è grazie a quella classifica che i nostri “esperti” nazionali traggono conclusioni e producono piani, fogli di calcolo, prescrizioni, indicatori, relazioni, studi… e quanto possa tenere impegnato e impiegato il mondo universitario che, notoriamente non mantiene buoni rapporti con la realtà. Anzi, la considera inadeguata, quando non proprio dispettosa, perché smentisce ogni pretesa teorica prescrittiva.
E così, la prevenzione della corruzione, salutata dalle persone di buone intenzioni e valori e dagli appassionati della legalità e del buon andamento, perde la sua funzione primaria “per distrazione” rispetto alle stesse finalità per cui è stata concepita. Oggetto primario della prevenzione, infatti, non è contrastare il fenomeno corruttivo, ma soddisfare gli indicatori elaborati dagli stessi esperti.
Così può capitare (eccome, se capita!) che vi siano enti che non rispettano la trasparenza, ma risultano perfettamente in ordine con l’indice appositamente creato e denominato “bussola della trasparenza”, per il quale è sufficiente che sul sito risulti attivato un link, la cui destinazione è irrilevante. E che altri che, per carenze oggettive non riescono a rispettare alcune prescrizioni contraddittorie, siano additati come “fuorilegge”.
Abbiamo anche il caso di Comuni sanzionati per non avere rispettato un obbligo non prescritto da nessuna norma di legge, tanto che la Corte di Cassazione si è trovata a dovere affermare che l’ANAC “non rispetta il principio di legalità”. Che non è una bella affermazione se riferita all’Autorità che deve, invece, affermare e sostenere la legalità. Ma ciò rivela, a proposito di percezione, che la percezione del giusto che prima si ricavava del rispetto delle norme di diritto, viene improvvidamente sostituita da altri parametri dettati da “esperti” che si pretende di fare persino prevalere sul diritto (Cassazione 28344/2023).
E soprattutto capita, leggendo le cronache, non le percezioni, che enti di dimensioni notevoli siano coinvolti in scandali dalla matrice corruttiva, ma che si presentino perfettamente in regola rispetto agli adempimenti prescritti dalle politiche di prevenzione: i PTPCT sono ordinati, approvati in tempo e ricchi di grafici colorati; le misure sono tutte elencate nel rispetto dei PNA presenti e futuri; l’analisi del rischio utilizza gli algoritmi più recenti, tanto da essere proposta in tutti i convegni della stessa Autorità; gli indicatori sono numerosi e riconosciuti pertinenti; il monitoraggio è stato effettuato con dovizia di particolari, pubblicato e presentato agli stakeholders. Manca solo un dettaglio “trascurabile” per gli amanti delle “percezioni”: i vertici sono indagati per corruzione, traffico di influenze illecite e abusi vari, fatta eccezione per il compianto abuso d’ufficio, ma solo perché recentemente estinto.
Si ha la sensazione che tutto ciò rappresenti la nuova frontiera che il sistema amministrativo e forse tutto il Paese sono chiamati ad affrontare: la scelta tra le prospettive di realtà e quelle percepite. E non è solo una questione di punti di vista. Perché, da un po’ di tempo, assistiamo a forme di superfetazione psicologica che agiscono in modo pressante sui sistemi di comprensione e sulla percezione del reale. Così accade sempre più spesso di trovarsi davanti a schiere di sostenitori di “percezioni”, “punti di vista”, “opinioni” che sono funzionali e sapientemente confezionate per sostenere posizioni di vantaggio o di interesse … a dispetto del reale.
I grandi assenti, in tutto ciò, sono il “senso del giusto” e la “certezza del diritto”. Se prevale, infatti, la difesa della percezione funzionale e non dei valori su cui si fonda il nostro sistema istituzionale, si scivola sempre di più nello svuotamento del “giusto”, sostituito dal “conveniente”. E stiamo attenti a non credere che la convenienza sia solo una questione “economica”. Può risultare conveniente sostenere affermazioni, teorie, metodi e persino riforme anche solo per essere considerati “vicini al sistema” o per rimanere in carica o garantire impunità a chi intende la pubblica amministrazione come un’occasione di affermazione personale o di ghiotti affari.
Se si vuole contrastare la corruzione, che è un fenomeno “reale”, bisogna avere il coraggio di cambiare paradigma ed entrare nella complessa concretezza della realtà, abbandonando la comodità supponente delle proprie teorie e di quelle di altri “esperti”. E accorgersi che la corruzione è un fenomeno “culturale” che non si sconfigge con le statistiche e con gli indicatori, ma richiede la promozione reale di “buona amministrazione”. Ma ciò rischierebbe di rivelare gravi emergenze trascurate e altrettanto gravi distrazioni. E potrebbe comportare l’allontanamento di una schiera infinita di promotori di banalità e di “professionisti dell’anticorruzione”, per dirla parafrasando Sciascia.
Ma soprattutto è necessario prestare attenzione al fatto che i cosiddetti “esperti” sono tutti di nomina “politica”, intendendo questo termine nel senso più ampio di “sistema”. Conseguentemente, l’attribuzione di importanza alle “percezioni” o alle prescrizioni metodologiche, persino al di sopra delle norme o dei principi su cui si fonda il sistema normativo, può portare alla creazione di indicatori e protocolli di percezione, su commissione, creati su misura per sodisfare i desideri delle lobbies. Esattamente ciò che un sistema democratico e costituzionalmente orientato dovrebbe evitare